Per il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche la storia non è progresso, ma eterno ritorno: un perpetuo mutare che, alla lunga, finisce per riprodurre gli stessi esiti. Come accade lanciando più volte un pugno di monete: le combinazioni appaiono ogni volta diverse, ma con il susseguirsi dei tentativi tendono prima o poi a ripresentarsi. La Storia sarebbe dunque un avvicendarsi di diapositive che, talvolta, ritornano. Ed è forse propriodavanti a una diapositiva già vista che Vittorio Giardino ha trovato lo spunto per I cugini Meyer, il suo ultimo libro pubblicato da Rizzoli Lizard. «In realtà la famiglia Meyer è un personaggio che avevo creato già tanti anni fa – racconta l’autore – non è che me lo sia dimenticato. Nel frattempo ho realizzato altri libri, ma il crescente sentimento che un’importante memoria storica stia andando perduta e che alcuni, per fortuna una minoranza, ricomincino a fare gli stessi errori di ottant’anni fa mi ha portato a chinarmi di nuovo su questa famiglia». La vicenda prende avvio il 12 marzo 1938, quando le truppe tedesche invadono l’Austria. In aprile, dopo un plebiscito, il Paese diventa una provincia del Terzo Reich e la vita degli ebrei si fa ogni giorno più difficile. Molti, quando possono, decidono di andarsene, anche se espatriare è complicato, costoso e carico di incognite. Per chi resta, la situazione si aggrava progressivamente: tra loro ci sono i Meyer di Vienna. Così, da un giorno all’altro, «una famiglia che ha vissuto a Vienna per secoli diventa improvvisamente straniera nella propria patria», racconta Giardino.
Echi del presente
«Le condizioni oggi sono diverse, ovviamente – osserva l’autore – ma qualche eco si sente». Giardino racconta di segnali che lo inquietano: «l’idea che dove c’è una lingua debba esserci quello Stato, o addirittura quella dittatura, è una logica che, in forme diverse, a volte vedo riaffiorare».E aggiunge: «penso poi alla crisi di principi fondamentali della democrazia, come la separazione dei poteri. Una magistratura deve obbedire alla legge, non ai desideri del potere politico». La questione, però, per Giardino supera la semplice rievocazione del passato: «conoscere la storia è importante per capire il presente e costruire il futuro. Una popolazione che perde la memoria si caccia in un domani pieno di guai, perché non costruisce in modo intelligente». I cugini Meyer, in concorso alla seconda edizione di InnovaComiX, vuole proprio restituire forza a quelle immagini, soprattutto per rivolgersi a un pubblico anagraficamente distante da questi eventi. «I fumetti non cambiano la storia, ma sono un linguaggio a cui i giovani sono abituati e possono divulgare certi fatti in modo più accessibile rispetto a un saggio storico pieno di note e rimandi», sottolinea Giardino. «Naturalmente dipende da come lo si utilizza: è un mezzo potente e sta all’autore impiegarlo responsabilmente».
Il mestiere del fumettista
Nelle parole di Giardino, oggi nonno di giovani adulti, si avverte anche una responsabilità generazionale: «Penso che sia molto importante che chi ha vissuto sulla propria pelle certi avvenimenti e certe dinamiche tramandi i propri racconti ai più giovani», continua l’artista. I suoi libri nascono infatti sempre da un’urgenza personale: «il criterio non è economico e neppure didattico, la scelta è dettata da un’emozione, spesso legata a situazioni storico-politiche che mi colpiscono». Ogni opera nasce poi da un meticoloso lavoro preparatorio: «ricerca storica, studio degli ambienti, dei personaggi, degli abiti, dei volti, dei luoghi. Disegno studi e, insieme, scrivo dialoghi e scene. Per un libro ci possono voleremesi, anche un anno, senza che ne esca nulla di “pubblicabile”». Definita la struttura, comincia il lavoro vero e proprio: china, pennino, acquarelli e carta. Ogni pagina richiede oltre ventiquattro ore di lavoro e la realizzazione di un volume può protrarsi per quattro o cinque anni. «Sono legato all’aspetto artigianale: è un mezzo povero, accessibile, libero – conclude Giardino – chiunque, ovunque, può creare un fumetto senza chiedere soldi o permessi: serve soprattutto tempo, e tanta pazienza».

