L’ironia è uno strumento astuto e, spesso, profondamente sovversivo. Ridere non significa sminuire, ma trovare una distanza che permetta di guardare le cose da un’altra angolazione, magari più onesta. È proprio attraverso l’umorismo che molti artisti riescono a parlare di ciò che è più difficile da affrontare senza scivolare nella retorica. Kalina Muhova appartiene a questa tradizione: nelle sue opere, infatti, il riso diventa una lente d’ingrandimento, un modo per interrogare temi complessi – amore, solitudine, depressione, identità – senza pretendere risposte definitive. «Mi piace confrontarmi con le grandi domande della vita – racconta l’artista – ma sono così vaste che rischiano di produrre solo risposte banali. Prenderle un po’ sul ridere è un modo per affrontarle senza la pretesa di risolverle». In nomination per i Cygnes d’Or di InnovaComix con due opere molto diverse tra loro ma unite da una stessa tensione riflessiva, Muhova porta al festival un immaginario in cui l’umorismo non è mai evasione, ma uno strumento critico.
Fantasmi, amori e altre complicazioni
Come ne Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde, anche ne Il bordello dei fantasmi gli spettri non fanno paura: «tutto comincia con una giovane donna, sfortunata in amore, che tenta il suicidio: a fermarla, però, non è un ripensamento esistenziale, ma una folla di spettri che infestano la sua casa», spiega Muhova. Perché in quell’edificio ogni cosa che muore torna sotto forma di fantasma: persone, animali, oggetti, persino una busta di plastica o un pezzo di formaggio. Tra loro anche Franz – un coniglio in costume che si improvvisa cupido – promette alla protagonista di aiutarla a trovare l’amore perfetto. Seguono esperimenti sentimentali, situazioni grottesche e tentativi sempre più improbabili, che smontano uno dopo l’altro i cliché del “grande amore”, che la protagonista tanto persegue. «È una storia che è nata pensando molto alla me ventenne, quando mi sembrava che la vita fosse fatta di tappe fisse, come una grande scala mobile: studi, lavori, trovi l’amore, fai figli», ricorda l’artista. «La mia idea era quella di mettere in discussione il copione che ci è stato raccontato, ed esplorare con un po’ di ironia il senso di inadeguatezza che spesso si percepisce quando si vive un percorso diverso», spiega Muhova.
Il mentore-divano
Accanto a questo racconto corale e sovversivo, il secondo volume in nomination, Life Couch, sceglie una dimensione più intima e simbolica. Qui la protagonista dialoga con un divano che si trasforma in un improbabile life coach: una trovata nata con il gioco di parole tra i termini inglesi couch – divano – e coach – mentore – ma che diventa il cuore concettuale dell’opera. Non si tratta solo di una trovata ironica, bensì di una vera e propria messa in scena di un conflitto interiore, in cui due voci opposte si confrontano: da un lato quella che soffre, sente e si blocca, dall’altro quella che giudica, sprona e pretende soluzioni immediate. Il libro si articola così anche come riflessione critica sulla cultura dell’auto-aiuto e sull’ossessione contemporanea per l’ottimizzazione di sé. «Non tutto deve essere aggiustato o superato: esistono momenti in cui stare male è legittimo, e in cui il vero supporto non consiste nel dare soluzioni, ma nell’accettare e condividere il dolore», commenta l’artista.
In entrambe le opere, Muhova non offre risposte, ma invita a fermarsi, a osservare le dinamiche che regolano le nostre relazioni e il nostro modo di stare al mondo. Ridendo, sì, ma senza mai smettere di pensare.

