«Alle contraddizioni di tutti i percorsi»: è a loro che Cleo Bissong dedica la prima pagina di Ma siamo ancora qui a parlarne?, pubblicato nel 2025 da Coconino Press e insignito del Cigno d’Argento in questa seconda edizione di InnovaComix. Una frase che suona come un piccolo manifesto, ma senza proclami: piuttosto una dichiarazione di vulnerabilità, l’ammissione che crescere non è mai una linea retta. L’autrice si definisce una «femminista in formazione» ed è dentro questa formula, così onesta e imperfetta, che prende avvio il suo libro: un percorso dove la vergogna diventa il nodo più difficile da sciogliere e, allo stesso tempo, il punto da cui ripartire. «L’idea di questo libro è nata da una mia esperienza personale: nonostante il femminismo, lo sdoganamento di tante questioni e il fatto che fossi nata in un contesto familiare molto aperto, comunque avvertivo una difficoltà, quasi pudore, nel parlare di certe cose», racconta l’artista.
La difficoltà di parlarlare di sé
L’idea del libro prende forma durante un master di fumetto a Bruxelles, come progetto di tesi. Nelle prime lezioni, agli studenti viene chiesto di portare i loro libri preferiti: «mi sono accorta che i miei erano quasi tutti romanzi molto personali, libri generosi, scritti in modo onesto e crudo», ricorda Bissong. È una parola, «generosi», che per l’artista significa esposizione senza filtri: «non versioni patinate o digerite, ma esperienze raccontate con tutte le loro sfumature, anche quelle scomode», continua l’autrice. Eppure, quando si tratta di scrivere in prima persona, qualcosa si blocca. «Facevo molta fatica a essere così trasparente», confessa Bissong. Il libro nasce allora come una sfida: «volevo mettermi alla prova», continua l’artista.
Scrivere per trovare solidarietà
Le storie raccolte in Ma siamo ancora qui a parlarne? partono da esperienze personali, ma si nutrono anche dei racconti di amiche e persone incontrate lungo il percorso. «Volevo mettere su carta questioni che, nonostante il contesto attuale, sentivo ancora come tabù», spiega. Parlare di vergogna significa anche riconoscerne l’effetto più insidioso: l’isolamento. «Ti fa sentire l’unica persona a vivere certe cose, così non le condividi, per paura di essere esclusa», racconta Bissong. Aprirsi, invece, produce un effetto inatteso: «quando racconti in modo sincero, trovi altre persone che si riconoscono, e questo incoraggia anche loro a esporsi», continua l’autrice.
Il fumetto come linguaggio accessibile
Tra gli artisti che più la hanno influenzata, Bissong cita Liv Strömquist, capace di rendere accessibili concetti teorici attraverso esempi quotidiani. «Io ho cercato di fare qualcosa di simile: partire dall’esperienza, dall’aneddoto, dai pensieri, senza nominare continuamente la teoria», racconta l’artista. Il femminismo attraversa tutto il libro, anche quando non viene esplicitato: «la parola patriarcato compare una volta sola, ma il concetto pervade l’intero libro».
Il percorso non è stato semplice. «Presentare queste tavole ogni settimana era una faticaccia – ricorda l’autrice – piangevo spesso, avevo paura che fossero solo problemi miei», ricorda Bissong. La risposta dei compagni di corso e delle insegnanti, però, ribalta questa percezione: «persone di età molto diverse si identificavano, e iniziavano a raccontarmi le loro esperienze». È in quel momento che il libro smette di essere solo personale.
Ma siamo ancora qui a parlarne? non offre soluzioni né slogan. Fa qualcosa di più semplice e più difficile: apre uno spazio di parola. Un gesto che, come dimostra Cleo Bissong, può trasformare la vergogna in un terreno condiviso, dove smettere di sentirsi sole è già una forma di resistenza.

