Le vacanze estive sono, nei ricordi di molti, quasi un paradiso epicureista, un ricordo emblematico. La lunga pausa dagli impegni scolastici e lunghi mesi con i nonni o gli zii al mare. È in un simile paradiso mediterraneo, che non corrisponde a nessun reale luogo ma ai ricordi di molti, che è ambientato Erika Ehrlich und de Spuk uf em Campingplatz (Erika Ehrlich e il fantasma del campeggio), il primo fumetto per bambini in svizzero tedesco, scritto e disegnato da Samuel Schuhmacher e pubblicato da Helvetiq. «Ai tempi della scuola di illustrazione, quando ho scritto il mio primo Webcomic, mi sono presto reso conto che mi veniva molto più facile scrivere in svizzero tedesco, che in questa lingua riuscivo a creare dei personaggi molto più autentici», racconta l’illustratore. Effettivamente, bisogna pensare allo svizzero tedesco non come ad un dialetto così come viene utilizzato alle nostre latitudini, bensì proprio alla lingua corrente delle persone: al bar, al supermercato, in famiglia si comunica in Schwizerdütsch. «Penso che la gente trovi interessante leggere nella stessa lingua in cui parla – continua l’autore – ma la scrittura in dialetto nasconde alcune insidie: non esiste una grammatica, non ci sono regole, ognuno è libero di scrivere come vuole». Questa totale assenza di codificazione rende qualsiasi forma di elaborato in Schwizerdütsch un vero e proprio esperimento: «temevo che i ragazzi, abituati a leggere in Hochdeutsch a scuola, potessere avere delle difficoltà a comprendere le mie parole», continua l’autore.
Un crimi per bambini e adulti
La protagonista del fumetto è Erika Ehrlich, una figura enigmatica e avventurosa, «una specie di detective ma un po’ alla Indiana Jones», come la descrive il suo autore. Chiamata a intervenire in un campeggio isolato, Erika si trova ad affrontare un mistero insolito: tra i bungalow sembra aggirarsi un fantasma e una serie di eventi inspiegabili ha spinto i clienti a fuggire, mettendo a rischio la sopravvivenza economica del luogo. «Il campeggio è quasi in bancarotta, ed è per questo che Erika viene chiamata a risolvere l’enigma», spiega Schuhmacher. Tra i principali sospettati ci sono tre residenti fissi, personaggi che non se ne vanno mai e che attirano inevitabilmente l’attenzione dell’investigatrice. Accanto a lei emerge però una seconda figura centrale, Edi, il giovane nipote dei proprietari del campeggio: un bambino solitario, che vive in un luogo remoto e senza coetanei con cui giocare. «Si sente molto solo», racconta l’autore, «e nel corso della storia Erika si prende cura di lui, lo coinvolge nelle indagini e nasce una vera amicizia». Il racconto si muove così tra avventura e mistero, senza mai sfociare nella violenza, in un omaggio dichiarato ai grandi classici del fumetto franco-belga. «Non volevo creare solo un fumetto per bambini», conclude Schuhmacher, «ma una storia capace di divertire anche gli adulti».
Le «immagini brulicanti»
Sfogliando le pagine di Erika Ehrlich und de Spuk uf em Campingplatz, colpisce subito la minuzia dei dettagli: tavole dense di personaggi, oggetti e micro-azioni che invitano a soffermarsi a lungo sull’immagine. Questo approccio visivo è un tratto distintivo di Schuhmacher, che proviene dal mondo dei Wimmelbilder, un genere particolarmente diffuso nell’editoria di area tedesca. Il termine, che non dispone di una vera traduzione italiana, può essere reso letteralmente come «immagine brulicante»: tavole autoconclusive, ricchissime di dettagli, spesso popolate da decine – se non centinaia – di soggetti. Nei Wimmelbilder «succede di tutto nello stesso momento», illustra l’autore. Non c’è una storia lineare, ma una costellazione di scene simultanee che il lettore è libero di esplorare. «È un po’ come osservare la vita – spiega Schuhmacher – ci sono tante piccole situazioni che si scoprono guardando: è proprio questo a renderli così coinvolgenti, lo sguardo passa da un dettaglio all’altro, costruendo una narrazione personale a partire dall’osservazione». La differenza rispetto al fumetto sta soprattutto nella struttura. Se nel fumetto la storia procede sequenzialmente, immagine dopo immagine, nei Wimmelbilder non esiste un vero inizio o una fine. «È come sedersi al tavolino di un bar e guardare la gente che passa», racconta l’autore. Insomma, due modalità diverse di lavorare con le immagini, ma mosse dalla stessa esigenza: raccontare storie attraverso il disegno, lasciando spazio alla curiosità e allo sguardo del lettore.

