Il fumetto «terapeutico», con Eliana Albertini

La vita adulta sembra spesso una lista infinita di cose da tenere insieme: lavoro, casa, relazioni, aspettative. Ma cosa accade nel momento in cui quella lista smette di rassicurare e comincia a pesare? Sembra infatti esserci qualcosa di irrimediabilmente umano nel cercare di avere sotto controllo ogni cosa: un equilibrio sottile che oscilla tra il bisogno di tenere tutto insieme e il desiderio di mollare la presa, di lasciarsi andare. In Tutto sotto controllo, il libro di Eliana Albertini in concorso ad InnovaComix, il controllo non è una virtù ma una maschera, e la perfezione un’illusione da cui liberarsi. La storia segue una giovane donna impegnata a reggere lavoro, casa, relazioni, amicizie – insomma, «tutto» – ma lo fa attraverso una strategia difensiva che prima o poi presenta il conto: la fuga. Non dai problemi invisibili, ma proprio da quelli più evidenti. «Il senso finale», spiega Albertini, «è liberarsi sia dal concetto di perfezione sia da quello di problema».

Disegnare per lasciare andare

In origine, il fumetto arriva nella vita dell’artista in modo non lineare: da bambina lo associa infatti a un sogno altrui, quello della sorella maggiore, che aspirava a diventare fumettista Disney. Il secondo incontro avviene infatti solo più tardi, dopo il liceo artistico, quando Albertini sente il bisogno di continuare a disegnare senza però identificarsi nell’idea tradizionale di «artista». L’iscrizione al corso di fumetto e illustrazione all’Accademia di Belle Arti di Bologna nasce così, da una curiosità sincera verso un linguaggio percepito come ancora poco conosciuto, più che da un progetto professionale definito, che però, negli anni, si delinea sempre di più.

Tutto sotto controllo è l’ultimo frutto di questo percorso, un progetto che l’autrice stessa definisce «terapeutico». Non autobiografia in senso stretto, ma un assemblaggio di frammenti di vita riorganizzati attorno a una protagonista capace di muoversi al loro interno. Un libro che «mi ha permesso di concedersi qualcosa: libertà narrativa, imperfezione, istinto», racconta Albertini. «Mi è servito anche per lasciar andare certi schemi», continua l’autrice. Non a caso, non ci sono stati storyboard troppo serrati, che hanno invece lasciato spazio a una tecnica manuale, fisica, talvolta caotica. «Lavorare così mi fa stare bene – spiega l’autrice – anche se il risultato può apparire disordinato». Il suo metodo, infatti, non è mai fisso, ma cambia a seconda del progetto: le idee non nascono alla scrivania, ma nei momenti più impensati della giornata. I materiali sono semplici, ma sempre molteplici: tempere, pennarelli, matite, pastelli a cera. L’attesa, invece, è ridotta al minimo: «Non mi piace aspettare troppo prima di vedere come prende forma qualcosa che ho solo pensato», racconta l’artista.

Un’autobiografia condivisa

Eliana Abertini sarà presente alla seconda edizione di InnovaComix anche in rappresentanza di un altro progetto editoriale: Povere Puttane Volume 2., creato dal collettivo Povere Puttane, fondato insieme a Giulia Cellino e Martina Sarritzu. Nato quasi per gioco – da una chat WhatsApp con lo stesso nome – il progetto si trasforma nel 2022 in una fanzine. «È uno spazio dove non romanziamo e non facciamo finta», spiega Albertini, «l’unico vero luogo in cui ci concediamo l’autobiografia». Un gesto intimo, pensato prima di tutto per sé, ma che ha trovato un’eco inattesa nei lettori, chiamati a specchiarsi in disavventure quotidiane raccontate senza filtri. Il lavoro collettivo non impone un processo creativo comune: ognuna mantiene il proprio, chiaramente riconoscibile all’interno dei volumi. Le tavole dialogano, ma non si uniformano. Nessuna strategia di incastro, nessuna armonizzazione forzata: l’unica regola è una deadline condivisa, spesso affrontata all’ultimo minuto. «Il panico», ammette Albertini, «può essere un ottimo alleato, quando lo condividi». Povere Puttane Volume 2. nasce ancora una volta da esperienze personali recenti, ma introduce una variazione di tono. Se nel primo lavoro era messo in scena il disastro, qui emerge un tentativo di rielaborazione: è, nelle parole delle autrici, «il libro del buon vivere». Le Povere Puttane restano tali, ma forse evolvono, «trovando nuove consapevolezze». 



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