Molti artisti, nella storia dell’arte, hanno avuto una musa. Volti e corpi di donne che ci appaiono incredibilmente familiari, perché sopravvissuti ai secoli con una minuzia di dettagli, ben prima che la fotografia permettesse di congelare un istante del tempo e conservarlo, potenzialmente, per sempre. Spesso – se non sempre – queste donne restano però mute: le loro storie ci sono sconosciute e, in molti casi, anche i loro nomi. I loro sguardi possono essere eloquenti, ma il ruolo che ricoprono rimane passivo. È proprio su questo tema che si è confrontata Dinah Wernli: «una volta, ad una mostra, ho visto un dipinto di Cuno Amiet: era un nudo a mezzo busto, interamente giallo delineato da tratti grossolani». «Accanto al dipinto – continua l’illustratrice – la didascalia recitava Nudo frontale, signora Grütter, 1907: l’ho trovata una contraddizione straniante, lei nuda e la descrizione così formale, e così mi sono chiesta che tipo di donna fosse, come potesse essere nella vita, e soprattutto come si fosse sentita in quel momento». Da qui prende avvio una lunga ricerca intorno alla vita della musa che Amiet ha ritratto più volte nei suoi quadri. Nasce così Louise, graphic novel scritta e illustrata da Dinah Wernli e pubblicata da Edition Moderne. «Di lei, oltre al nome, non esiste praticamente nessuna testimonianza diretta – spiega l’autrice – ed è proprio questo che ho trovato interessante: lavorare con queste lacune, immaginare come avrebbe potuto essere la sua storia».
La voce di una generazione di donne
Ma è davvero possibile raccontare al posto di qualcun altro? Il rischio, di cui Wernli è pienamente consapevole, è quello di proiettare ancora una volta su Luise uno sguardo esterno, come fece lo stesso Amiet. «In fondo anch’io guardo questa donna dall’esterno, la interpreto», riflette l’autrice. «Allo stesso tempo, però, sentivo il desiderio di andare oltre questa figura storica e di vedere Louise come una rappresentante simbolica di un’intera generazione di donne rimaste invisibili, senza voce». Pur riconoscendo che il rapporto tra artista e soggetto «si riduce inevitabilmente a una forma di interpretazione», il cambio di prospettiva diventa uno strumento narrativo potente per interrogare il ruolo delle donne nella storia, troppo spesso taciuto o dato per scontato. «Musa, corpo, oggetto, madre, contadina, serva: l’idea è proprio quella di dare voce, attraverso una sola donna, a tutte le figure senza nome, rimaste ai margini», spiega Wernli.
Lasciare spazio allo sguardo
Nel suo lavoro Dinah Wernli lascia volutamente spazio al silenzio. Testo e immagine dialogano in un equilibrio delicato, in cui le parole sono ridotte all’essenziale. «Ho cercato di usare meno testo possibile – racconta l’autrice – lasciando aperti gli spazi, perché chi guarda possa continuare a immaginare». Più che dare risposte, dunque, Wernli preferisce creare margini, zone non definite in cui il pensiero del lettore possa muoversi liberamente. Questa idea di apertura si riflette anche nella tecnica. Wernli lavora con l’acrilico su supporti non convenzionali, come le vecchie pellicole trasparenti per lavagna luminosa. «Dipingo su più fogli separati e alla fine li sovrappongo, come in un procedimento di stampa a strati», spiega l’autrice. Anche in questo senso, dunque, si può dire che Louise prende forma come una stratificazione di sguardi e possibilità: da colori sovrapposti e storie che si intrecciano.

