La giovane età, con Manuele Fior

C’è una linea sottile, quasi invisibile, che attraversa tutta l’opera di Manuele Fior. Non è una nostalgia ostinata né un rifugio nel passato, ma uno sguardo che torna, con naturalezza, su quell’età in cui tutto sembra ancora possibile: la giovinezza. È da qui che prende forma Storie per chi non è ancora diventato grande, la mostra che l’autore porta a Lugano nell’ambito della seconda edizione di InnovaComix, festival che quest’anno ha scelto proprio la giovinezza come filo conduttore. A Lugano il pubblico potrà attraversare una selezione ampia e articolata del suo lavoro: tavole tratte da 5000 km/s, L’intervista e Hypericon. Opere lontane tra loro per stile, formato e tecnica, ma unite da una costante tensione alla sperimentazione. «In quel periodo della mia carriera mi piaceva ripartire ogni volta da zero», racconta Fior. «Usare disegni di formati diversi, tecniche diverse, bianco e nero e colore». Un bianco e nero tutt’altro che canonico, spesso realizzato a carboncino o tempera, con un effetto che richiama più la fotografia che la china tradizionale.

Uno sguardo ai lettori più giovani

Già vincitore del Grand Prix della Città di Lugano, Manuele Fior è oggi una delle voci più riconosciute del fumetto europeo. Eppure, racconta lui stesso, quella “linea rossa” che lega molte delle sue storie non è mai stata un progetto dichiarato. «Penso che questo tema venga fuori nei miei libri perché probabilmente il fumetto è un’arte giovane», spiega. «Ha poco più di cent’anni e il mondo che gli ruota attorno è ancora molto legato all’infanzia e alla giovinezza, anche se poi il fumetto riesce a raccontare di tutto, anche di cose molto adulte». C’è però anche una ragione più personale: «È stato proprio in quel periodo della vita che ho deciso, in modo molto consapevole, di fare questo mestiere, andando contro tante voci che mi dicevano che non era sensato, che non era una scelta ragionevole». Non a caso, il titolo della mostra ha subito una piccola – ma significativa – trasformazione. Doveva essere Storie di chi non è ancora diventato grande. «La differenza è minima, ma per me importante», chiarisce l’autore. «Ho uno sguardo particolare per chi è più giovane di me e inizia a leggere fumetti all’età in cui li facevo io, tra i venti e i trent’anni. A loro mi sembra di parlare direttamente». Un pubblico che Fior sente più vicino di quello anagraficamente affine: «Chi non è ancora diventato grande conserva una specie di pazzia che mi seduce ancora, sono lettori a cui mi piace rivolgermi, e ogni tanto mi identifico ancora con loro».

Prima di tutto, il colore

Per Fior il colore è un linguaggio primario, immediato, «quasi musicale»: chi visiterà la mostra a Villa Ciani se ne accorgerà subito. «Per quanto mi riguarda, ancor prima della storia, dei personaggi e della trama, ogni opera è inizialmente un colore», racconta. Ogni libro nasce così con un proprio “DNA cromatico”, capace di orientare atmosfere ed emozioni. Alla domanda sul suo colore preferito, Fior sorride e prende tempo: «È come chiedere a un musicista la nota preferita: devo risponderti almeno con un binomio». La risposta arriva semplice e familiare: «Il celeste e il bianco, come la scatola di biscotti che, da bambino, i miei genitori riponevano sugli scaffali più alti». Un ricordo che va oltre la dimensione personale e diventa chiave di lettura del suo lavoro. «I colori sono uno dei linguaggi più immediati – conclude Fior – più veloci del disegno e della parola, hanno assonanze che tutti percepiamo e sono uno strumento potentissimo per veicolare le emozioni».

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